TechPrincess_stampante_3d_cibo_foodiniA ripensarci sembra ancora impossibile, eppure è successo: nel 1969 l’uomo è andato sulla Luna. Neil Armstrong e Buzz Aldrin hanno messo piede sul nostro polveroso satellite affidandosi ad una tecnologia quasi rudimentale se comparata a quella attuale. Ma era un’altra era, un’altra America, un’altra umanità guidata da ideali un po’ differenti e da una fiducia nella tecnologia che suonava quasi come un atto di fede. Oggi abbiamo auto che si guidano quasi da sole, robot sempre più simili all’umanità e un mondo che ha deciso di evolversi puntando alla comodità di questa vita piuttosto che al miglioramento futuro.

Il trend però sembra destinato a cambiare, soprattutto da quando la comunità internazionale ha cominciato a far notare alla NASA che sì, la Stazione Spaziale Internazionale è bellissima, ma il buon Branson ormai si sta preparando a lanciare i primi turisti nello spazio, il che significa una cosa sola: uscire dall’atmosfera non è poi così complesso, anzi è a portata dei privati più danarosi.

La conclusione più ovvia? Ci siamo adagiati sugli allori, o meglio, a farlo è stata la NASA. Nessun altro è mai andato più sulla Luna, tutti si fermano intorno alla Terra in un satellite artificiale che ormai sta facendo il suo tempo e, in definitiva, nessuno sembra avere il coraggio di fare quel salto di qualità che ormai ci si aspetta dall’umanità: i viaggi spaziali.

Fortunatamente la critica è servita e mandare su Marte i primi astronauti è diventato l’obiettivo dei prossimi anni, un obiettivo che richiede lo sforzo di tutti perché le esigenze da soddisfare e i problemi tecnici da risolvere sono moltissimi.

Uno, uno dei tanti, è quello del cibo, ma la soluzione sembra essere dietro l’angolo.

Hanno fatto parlare di sé, hanno sostenuto il movimento dei maker, hanno fatto scoprire la gioia del fai-da-te a chi pensava che la produzione di oggetti complessi fosse riservata alle aziende. Hanno cambiato il nostro modo di pensare l’industria grazie alla consapevolezza che dare vita a qualcosa non è per pochi, è per tutti. E adesso che sono state sdoganate, che stanno scendendo di prezzo, che vengono persino costruite da chi non se le può permette, le stampanti 3D sembrano evolversi proprio verso quel fronte che serve tanto alla NASA: la produzione di cibo.

Il prototipo che interessa all’agenzia spaziale è quello ideato da Anjan Contractor, un ingegnere meccanico senior della Systems and Materials Research Corporation di Austin (Texas), che l’anno scorso riuscì a stampare…beh,  cioccolato. No, non sto scherzando. Qualche modifica ad un progetto open-source chiamato RepRap “Mendel” et voilà! Il risultato lo potete ammirare nel video qui sotto.

Ovviamente i cambiamenti necessari per poter trasformare una stampante utile a Willy Wonka in qualcosa che possa sfamare gli astronauti dovranno essere parecchi, anche perché parecchi sono i fondi stanziati per dare a Contractor la possibilità di costruire qualcosa che possa essere inviato nello spazio. 125.000 $ per sostituire i blocchi attuali con delle cartucce ricaricabili contenenti diversi ingredienti in polvere che permetteranno agli uomini e alle donne in missione verso Marte di avere un’alimentazione piuttosto variegata. E la durata? Beh, alla NASA hanno optato per qualcosa a lunghissimo termine: 30 anni per ogni cartuccia. Abbastanza insomma per una lunga missione di andata e ritorno sul pianeta rosso.

Ovviamente la stampante 3D dedicata al cibo per gli astronauti è ancora in via di sviluppo e purtroppo ancora lontana dal diventare la soluzione definitiva, ma Contractor è già all’opera su un cibo più complesso: la pizza. In teoria uno dei vanti del nostro Bel Paese dovrebbe essere piuttosto semplice da programmare: uno strato di pasta che viene cotta durante la stampa, salsa di pomodoro creata sul momento e infine, per una corretta alimentazione a prova di marziani, un po’ di proteine.

Ad usare la pizza come ricetta iniziale però non è solo la stampante del caro Anjan. Mentre infatti la NASA lavora pensando ai lunghi viaggi, Natural Machines, una startup spagnola co-fondata da Lynette Kucsma (ex PR Manager di Microsoft), ha pensato a ristoranti e case-famiglia. Il loro progetto si chiama Foodini ed è in grado di produrre più o meno qualsiasi cosa sfruttando delle capsule contenenti ingredienti freschi e una semplice interfaccia capace di guidare i novelli cuochi nella creazione delle pietanze più diverse, specialità napoletana compresa.

TechPrincess_foodini_3d_printer

Qualche limite però Foodini ce l’ha e anche piuttosto evidente. In primis si parla di cartucce, vendute per altro nei negozi di alimentari, e che di per sé non si prestano proprio come contenitore di “cibo fresco”; in secondo luogo poi la stampante dell’aziende di Barcellona non cuoce il cibo, per cui una volta uscito dalla stampante, a differenza di ciò che accade con il prototipo di Contractor, dovrete provvedere voi a completare la preparazione.

In ogni caso Foodini è già un deciso passo avanti nella diffusione di questa tecnologia, anche se il prezzo, probabilmente intorno ai 1000 euro, non lo rende proprio alla portata delle famiglie.

Ristoranti, case-famiglie, astronauti e sicuramente individui danarosi. Ma il futuro della stampa 3D non è solo per pochi eletti. Il progetto di Anjan Contractor infatti era nato con tutt’altro scopo: sfamare le popolazioni più povere. Chissà che una volta finita la collaborazione con la NASA non riesca a realizzare il suo sogno.

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