Non chiamatelo avventura grafica. Detroit: Become Human è un interactive drama“, spiega Adam Williams, Lead Writer del titolo, giunto a Milano per raccontarci qualcosa in più su questo attesissimo videogioco.

La presentazione di Adam scorre velocissima e ci permette di capire gli elementi chiavi del titolo: il gioco è ambientato nel 2038 e ha 3 differenti protagonisti. Abbiamo infatti Markus, leader di un gruppo di devianti che appartengono alla Resistenza; con lui sperimenteremo la persecuzione, quella tipica di un mondo che si rifiuta di credere che anche i robot debbano avere dei diritti e che anche loro siano dotati di emozioni, pensieri e volontà propri.

Poi c’è Kara, l’androide della technical demo che qualche anno fa riuscì a conquistare il mondo, spingendo David Cage a creare un videogioco che prendesse spunto proprio da questa sua particolare creazione. Kara ci permetterà di sperimentare l’amore poiché a lei toccherà l’arduo compito di prendersi cura di qualuno a cui tiene, senza però scordarsi di sopravvivere in una città ostile e limitante.

Infine abbiamo Connor, probabilmente il più “famoso” dei tre. Connor è il negoziatore che abbiamo imparato a conoscere nel corso delle ultime fiere videoludiche, l’androide avanzato dotato di abilità uniche e programmato per trovare e distruggere i devianti. Insomma, una versione contemporanea del Deckard di Blade Runner.

A Markus, Kara e Connor spetterà il compito di appassionare i giocatori, offrendo uno sguardo unico su una società divisa tra coloro che sfruttano gli androidi e coloro che hanno perso il lavoro per colpa di quest’ultimi.

Un’impresa decisamente complessa che tocca un tema ormai sempre più caro alle nuove generezioni, visti i progressi fatti dalla robotica negli ultimi tempi. Un’impresa che ha inoltre messo alla prova le capacità di Quantic Dream e che ha richiesto quasi un anno di riprese, indispensabili per trasmettere al gioco quel senso di realismo che sembra destinato a colpire dritto al cuore del videogiocatore.

La domanda a questo punto è solo una: il team di sviluppo è riuscito a dare senso e coerenza a quest’opera apparentemente mastodontica? Ovviamente è ancora presto per dirlo ma un’idea ce la siamo già fatta, complici le oltre due ore che abbiamo potuto dedicare a Detroit: Become Human durante l’anteprima tenutasi il 10 aprile a Milano.

Un occhio cinematografico

La nostra prova ci ha posto di fronte ad una serie di situazioni decisamente differenti. Partiamo, ad esempio, da Connor. A lui spetta il compito di salvare una bambina, ostaggio di un deviante che fino a qualche attimo prima era il suo babysitter robotico. Per farlo però non potrete contare solo sulle vostre abilità di negoziatori, ma sarà necessario esaminare la scena del crimine per riuscire ad ottenere una serie di elementi che vi consentiranno di comunicare meglio con l’androide.

Attenzione però: il fatto di aver raccolto abbastanza prove non significa essere in grado di salvare l’ostaggio. A voi infatti spetterà l’arduo compito di decidere cosa dire, chiedere o rispondere a Daniel, il rapitore. A disposizione quindi ci sono finali differenti, non tutti a lieto fine, quindi pensate bene a come volete comportarvi prima di dare voce a Connor.

L’altra storia è quella di Markus, badante ed infermiere di un ricco e anziano pittore. La sua è la vicenda che più mi ha colpito. Insomma, Markus diventerà un membro attivo della Resistenza, qualcuno pronto a sacrificarsi per i diritti dei suoi simili, qualcuno che sembra avere un passato duro ed oscuro alle spalle. E invece no. Il nostro nuovo badante preferito viene trattato quasi come un figlio, un figlio che ha sì delle responsabilità ma a cui viene insegnata l’importanza di sviluppare una propria personalità ed un proprio pensiero.

Infine abbiamo Kara. A lei non è toccata una bella villa, una bella famiglia e un padrone amorevole. Al contrario, la nostra co-protagonista si ritroverà in una casa che cade a pezzi e con un uomo che non esita ad alzare le mani su sua figlia, figuriamoci su un semplice robot. Kara però non ci sta. E così decide di fuggire per sottrarre la bambina alle grinfie di un padre ormai distrutto dall’alcol.

Alla fine ci troviamo quindi con tre storie diverse, che si susseguono in modo magistrale e che riescono a creare un clima di suspense ed attesa perenne. L’approccio di Quantic Dream è quasi cinematografico. Lo è nell’alternanza delle scene, ma anche nelle inquadrature e nella bontà della recitazione degli attori, che hanno prestato volto e corpo ai tre protagonisti.

A rendere possibile tutto questo è però il gameplay. Detroit: Become Human è – come vi accenavo prima – un interactive drama, il che significa che le attività da svolgere saranno limitate. Insomma, il gioco ruota intorno ad una serie di semplici azioni da fare che richiedono giusto un minimo di esplorazione ed analisi degli ambienti.

La componente principale del titolo però rimane il giocatore. A noi – utenti con il DualShock in mano – spetterà decidere cosa fare e come farla, ma anche cosa dire e con quale tono ed intento. Ogni singola scelta andrà ad influenzare il vostro rapporto con i vari interlocutori e vi consentirà di concludere i vari capitoli in modi diversi.

Vi segnalo, a questo proposito, la presenza di quella che viene battezzata “Flow Chart“. Al termine di ogni sequenza di gioco infatti potrete visualizzare uno schema che riassume le vostre scelte e vi permette di capire davvero come le varie decisioni vi abbiano condotto a quel preciso punto. Questo vi consentirà di riaffrontare eventualmente la stessa scena optando per risposte differenti che potrebbero condurvi a conseguenze altrettanto diverse.

Non ci resta che attendere

Detroit: Become Human è un gioco strano. Per certi versi infatti è adatto davvero a chiunque: non richiede skill particolari, non offre un gameplay “impegnativo” e si basa su una narrazione appassionante ma comunque facile da seguire. Insomma, è un titolo che potrei consigliare anche ai meno giovani e/o meno esperti. Il rovescio della medaglia è però rappresentato proprio da questa semi-assenza di gameplay. Non ci sono sparatorie continue, enigmi da risolvere, tesori da ritrovare o auto da pilotare. Questo ovviamente non significa che il titolo non sia valido, ma solo che non è detto piaccia proprio a tutti.

E a me? Beh, io lo aspetto con ansia. Queste due ore in sua compagnia non hanno fatto altro che accrescere l’hype verso questo gioco. Ho trovato il titolo intrigante, avvincente e capace di tenermi incollata alla sedia.

Insomma, devo assolutamente scoprire come si conclude la storia di Kara, Connor e Markus e poi voglio capire se è vero quel che ha dichiarato Adam Williams durante la sua presentazione: al termine del gioco, mi ritroverò davvero con 3 personaggi che riflettono la mia vera personalità?