Detroit: Become Human arriverà domani sugli scaffali di tutto il mondo in esclusiva per sistema Playstation 4. Con lo sviluppo di Detroit: Become Human, David Cage – direttore dello studio di produzione francese Quantic  Dream – ha deciso di spingersi ancora oltre, cercando di donare ai giocatori un’esperienza di gioco ramificata, estremamente articolata e dalle mille sfaccettature, un’esperienza in cui il cuore e la mente si scontreranno presto. I concetti di “giusto” e “sbagliato” avranno contorni molto labili e la vostra eticità verrà messa a dura prova.

L’ho divorato, ho avuto tremendi sensi di colpa notturni e ora sono pronta per raccontarvi tutto nella nostra recensione di Detroit: Become Human, un titolo capace di cose incredibili: sono sicura che vi farà andare il cervello in un piacevole cortocircuito.

Quindi? Cosa siete disposti a sacrificare in nome della libertà?

Detroit: gloria, cenere e risorgimento (forse)

Come è facile intuire, le vicende di Detroit Become Human si svolgono per l’appunto nella città di Detroit. È il 2038 e il futuro della capitale automobilistica statunitense sta andando incontro a qualcosa di totalmente inaspettato. Già, perché nella stessa città in cui Henry Ford ha costruito la prima automobile, la società CyberLife ha iniziato la produzione di massa di un’altro tipo di macchine: androidi tutto fare che – come dichiarato dal suo giovane fondatore Elijah Kamski – saranno in grado di restituire agli umani la cosa più preziosa di cui dispongono. Il tempo.

detroit become human recensione
Il personaggio di Amanda è forse il personaggio più misterioso di tutto il gioco.

La città di Detroit è quindi popolata da tantissimi robot, ognuno dei quali è in grado di svolgere perfettamente qualsiasi tipo di mansione: ci sono gli androidi atti a fare gli scaricatori di porto, altri tranquillamente sacrificabili come soldati, altri ancora che potranno accudire i vostri figli e fare le pulizie casalinghe. Insomma ci sono androidi per tutti i gusti e per tutte le esigenze. Queste macchine umanoidi inoltre non contestano gli ordini del proprio padrone, non prendono decisioni sbagliate, non si fanno coinvolgere sentimentalmente.

La casa che il pittore Carl condivide con il suo androide Markus

I nuovi attori introdotti forzatamente da Cyberlife all’interno di questo scenario – non troppo distante dalla realtà che potrebbe attenderci in futuro – non sono proprio i benvenuti. Tra la popolazione umana infatti si diffonde il mal contento più totale a causa di un altissimo tasso di disoccupazione; malcontento espresso nello stesso modo in cui vengono enfatizzati gli slogan anti-immigrati: “Questi androidi vengono qui e ci rubano il lavoro!“.

Insomma, le vicende che si sviluppano nella Detroit del futuro non sono stabili, al contrario sono pronte a sfociare in una potenziale rivoluzione. Ma c’è di più. La situazione si complicherà ulteriormente a seguito di un malfunzionamento sconosciuto: alcuni degli androidi infatti inizieranno a sviluppare sentimenti “umani”, provando così paura, amore, diffidenza, compassione, rabbia. Insomma gli androidi si tramuteranno in Devianti, creature pronte a reclamare i propri diritti, ad ogni costo.

Ma qual è il posto del giocatore all’interno di questo intricato scenario?
La mente di David Cage e del suo team ha voluto che il giocatore si immergesse in tutto e per tutto nei panni di tre differenti androidi: Connor, un prototipo di detective robot tecnologicamente avanzato, assegnato al tenente Hank Anderson ed impegnato nella cattura dei Devianti, Markus, un assistente personale di alto livello dedito alla cura dell’invalido pittore Carl Manfred, e infine Kara, un androide domestico prodotto in grande scala, in grado di parlare 300 lingue e capace di attirare le simpatie dei più piccoli.

Connor, Markus e Kara, i protagonisti di “Detroit: Become Human”

Nel corso dei molteplici capitoli che compongono la narrazione, saremo chiamati a prendere decisioni per conto di Kara, Markus e Connor. Ognuno dei tre androidi ha peculiarità diverse.

Il detective prototipo Connor, modello RK800

Connor è freddo e calcolatore, programmato per perseguire un unico scopo: catturare i Devianti a piede libero e potenzialmente pericolosi per gli umani. Connor è altamente tecnologico: ad esempio, attraverso l’ingerimento è capace di analizzare la composizione chimica di fluidi oppure riesce a ricostruire in pochi secondi eventi delittuosi solo attraverso l’analisi delle prove. Un detective che tutte le polizie del mondo vorrebbero avere.

Il rivoluzionario Markus

Markus invece vive una vita agiata, è ben voluto dal suo padrone Carl Manfred, un anziano pittore decisamente tatuato che ha sviluppato dei sentimenti nei confronti del suo androide. Anche Markus prova affetto nei confronti di Carl e se ne prende cura proprio come un padre. Un giorno però – a seguito di una serie di motivi che non voglio spiegarvi – Markus è costretto a lasciare Carl per fuggire a gambe levate. Dopo aver affrontato uno smantellamento forzato, Markus riesce ad auto-rigenerarsi prendendo coscienza del suo ruolo nel mondo: condurre la rivoluzione androide in qualità di leader dei Devianti.
Sarà una rivoluzione pacifica? Sfocerà in episodi di terrore e odio? A voi la scelta.

Kara invece è un androide remissivo, pacato, progettato per prendersi cura della famiglia: grazie a Kara imparerete a lavare i piatti, a rassettare le stanze e a prendervi cura dei bambini. Kara condivide la sua esistenza androide insieme Todd e Alice. Todd è violento e tossicodipendente. Alice invece è docile, non sorride mai, avvolta da un velo di tristezza che sarà capace di incupirvi il cuore. Anche in questo caso – dopo una serie di eventi i cui artefici sarete proprio voi – Kara e Alice fuggono dalla loro miseria per trovare una vita nuova. Kara si è trasformata in una Deviante che farebbe qualsiasi cosa per proteggere Alice. Dove andranno? Quali decisioni prenderà Kara?

Le vicende dei tre personaggi sono apparentemente molto distanti l’uno dall’altro, ma con l’avanzare della storia, le loro avventure inizieranno ad avvicinarsi in modo inesorabile fino a produrre un’intricata treccia fatta di decisioni scomode, emotive e talvolta fatali.

Cuore contro cervello

Detroit: Become Human ha una trama complessa affiancata da un gameplay semplice, semplicissimo oserei dire. Se avete giocato ai precedenti titoli partoriti dalla mente di David Cage saprete che questo tipo di videogioco richiede poche abilità tecniche e poca coordinazione. Insomma, non dovete essere dei videogiocatori esperti per affrontare le vicende di Detroit: Become Human.

Vi sarà chiesto di muovervi nello spazio, osservare gli oggetti e le persone e di prendere delle decisioni. Queste ultime potranno essere selezionate attraverso la pressione di alcuni tasti. Questa volta però lo studio Quantic Dream ha deciso di differenziare il gameplay: i giocatori esperti potranno contare su una modalità chiamata Experienced che offre un’esperienza più complessa. Mentre per i giocatori meno esperti esiste la modalità Causal in grado di rendere l’esperienza di gioco più accessibile a tutti coloro che non hanno dimestichezza con il controller.

Nota dolentissima a mio avviso è la quantità di quick time event di cui è stato infarcito il gioco: inseguimenti, combattimenti e sparatorie tutte gestite da questo tipo di gameplay. D’altronde l’impostazione è quella di un punta e clicca evoluto. Il team di sviluppo ha cercato di fare del suo meglio per amalgamare nel miglior modo possibile tutto il gameplay.

Connor intento ad analizzare una scena del crimine

Non c’è molto da fare se non prendere decisioni: uccidere o lasciar vivere, combattere oppure manifestare pacificamente. Sappiate solo che ognuna delle vostre decisioni, anche la più piccola e insignificante potrà mutare svariate sfumature all’interno del gioco. Se vi fate guidare dai sentimenti potreste finire per perdere dei personaggi, se invece siete troppo razionali potreste non ottenere le informazioni che state cercando.

Quello che mi sento di consigliarvi è di giocare il gioco almeno una volta nel modo più naturale possibile, senza pensare troppo a come potrebbe andare. Fate le scelte che fareste nella vita reale. Se vi lasciate andare, vi sentirete anche voi un po’ “devianti”. Vi giuro, alcune delle decisioni che ho preso mi hanno fatto sentire in colpa per notti intere.

Questo accade perché la narrazione è davvero intensa, è nel complesso ben scritta anche se alcuni capitoli sembrano appiccicati lì senza troppo senso, inseriti per giustificare una variazione nella narrazione.

Non mancano momenti di noia estrema in cui dovrete lavare i piatti o fare delle iniezioni al vostro padrone infermo.

Luther, l’androide scaricatore di porto che accompagnerà Kara e Alice verso la libertà

Alla fine di ogni capitolo, vi ritroverete ad affrontare una novità che non ho ancora deciso se è di mio gradimento oppure no: un diagramma di flusso che mostra le decisioni attuabili, le relative conseguenze e ciò che avrete deciso di fare. Le scelte non prese rimarranno comunque oscurate per non rovinare un’eventuale re-play della scena; replay che potrete decidere di eseguire quando vorrete a patto però che siate disposti a sacrificare i progressi fatti per ricominciare da un dato punto del gioco.

L’introduzione di questo diagramma a mio avviso rovina un po’ la poesia, facendovi aprire improvvisamente gli occhi. Immaginatevi la scena: giocate il capitolo facendovi prendere dalle emozioni, prendete delle decisioni (talvolta scomode), finite il tutto e “sbam!”,  improvvisamente un diagramma manda in frantumi la vostra poesia riducendo il tutto uno schema, trasformando tutto in un calcolo statistico.

Diagramma riassuntivo che troverete alla fine di ogni capitolo di Detroit: Become Human

Dall’altro lato invece, il diagramma mostra le potenzialità del gioco e vi fa venir voglia (una volta terminato tutto il gioco), di riprovare l’intera esperienza e capire come sarebbe potuta andare a finire la narrazione. Insomma, un diagramma dai sentimenti contrastanti, in linea con tutto il mood del gioco.

Tecnicamente notevole

Nulla da dire invece per quanto riguarda il comparto tecnico: grafica, doppiaggio e colonna sonora sono davvero notevoli. Il motore grafico sviluppato interamente in-house da Quantic Dream è in grado di restituire in maniera ottima le espressioni facciali degli androidi. Vi assicuro che più e più volte i protagonisti sembreranno talvolta dei robot, talvolta umani. Questo perché le movenze facciali e corporee si alternano scaraventandovi in un mindfuck senza tempo.

Tra tutti i personaggi Connor è davvero il più impenetrabile. Macchina e umano in lui sono perfettamente ricreati. 

Anche le ambientazioni sono ricreate nei minimi dettagli, complici anche la scelta di scenari circoscritti. Come in tutti i videogiochi di David Cage non esiste una mappa di gioco vera e propria. Ci sono solo degli ambienti esplorabili, nulla più. Questo fa si che i dettagli siano riprodotti con grande dovizia di particolari. 

Ore intense, fin troppe (poche)

Concludendo, da Detroit: Become Human non potevamo aspettarci che un gioco di questo genere. Totalmente votato alla narrazione, in cui ogni singola decisione vi renderà registi di una storia intricata e dalle mille sfaccettature. Non è per tutti. Se amate l’azione, la strategia, le sparatorie, questo gioco non fa proprio per voi. I quick time event potrebbero portarvi ad odiarlo già dalle prime ore di gioco.

Se invece avete voglia di lasciarvi trasportare dagli eventi, senza paura di sentirvi in colpa, senza paura di annoiarvi, senza paura di fare le pulizie e di prendervi cura di un anziano invalido, buttatevi a capofitto in questa Detroit le cui vicende sono molto più vicine alla realtà di quel che si pensa.

L’anziano pittore tatuato Carl Manfred

Non è perfetto, non è per tutti ma di sicuro è un’esperienza incredibile, da provare almeno una volta nella vita. Il dettaglio grafico e le potenzialità dell’ultima generazione di Playstation, rendono giustizia a questo titolo.

In 8/9 ore potrete almeno giocarlo una volta, anche se sono talmente intense che la vostra mente crederà di aver giocato quasi il doppio. Se invece avete voglia di riscrivere questo libro chiamato Detroit: Become Human, vi consiglio di rigiocarlo per provare a capire quali sono le sfaccettature che potrà assumere. In questo caso tenetevi liberi per 35 ore.

Insomma, David Cage, anche questa volta hai diviso il pubblico. Come al solito ti ameranno o ti odieranno.