Ready Player One, la nostra recensione

Il 28 marzo è uscito nei cinema Ready Player One, il nuovo film di Steven Spielberg tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline e, se mi seguite su Facebook, lo sapete già: mi è piaciuto davvero tantissimo. Non solo per la generale resa della pellicola ma anche la scelte geniale di farlo uscire prima di Pasqua, il periodo perfetto se si pensa che tutto il film gira attorno al ritrovamento di un Easter Egg.

2045: l’anno della realtà virtuale

Ready Player One è ambientato in un futuro distopico appena accennato. Niente paura però: la scelta di definire solo pochi elementi di quella che è la realtà del 2045 è dettata dalla poca importanza che Spielberg ha deciso di darle. Il lungometraggio si concentra infatti su Oasis, un universo virtuale dove l’unico limite è la fantasia.

Su Oasis puoi fare qualunque cosa: dalle arrampicate sull’Everest con Batman ad una bevuta con Lara Croft, dal combattere alle pendici di un vulcano attivo a fianco di Hello Kitty al guidare la DeLorean. Perché Oasis è il videogioco definitivo, che ha tutto ma proprio tutto quello che potete desiderare. A parte i Pokémon. E i personaggi Marvel. E i franchise di Disney. Fa eccezione solo Star Wars visto che il regista è riuscito ad inserire qua e là qualche riferimento.

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Oasis è stato creato da James Halliday, personaggio sui generis che dopo aver pronunciato la frase “Io sono un sognatore, costruisco mondi” si rivela essere una sorta di trasfigurazione otaku dello stesso Spielberg. Perché la cosa bella del buon Steven è che è riuscito a tenere in piedi senza sbavature un’operazione titanica dal grandissimo impatto visivo come Ready Player One grazie alla sua vastissima esperienza e ad un entusiasmo fanciullesco. Spielberg, nonostante i suoi 71 anni, dimostra che un uomo ricco di fantasia non invecchierà mai, un po’ come James Halliday nel film.

Ma torniamo a noi. Dicevo che Oasis è un videogioco. Cosa bisogna fare per vincere? Bè, basta trovare tre chiavi, cosa che permetterà al campione di trovare l’Easter Egg ed ereditare la fortuna del buon Halliday. Riuscire però nell’impresa non sarà facile: non solo infatti è necessario essere uno scaltro giocatore, ma sarà indipensabile trovare gli indizi disseminati qua e là nella vita vissuta dello stesso Halliday, vita consultabile nella grandissima biblioteca dei ricordi costruita proprio su Oasis. Insomma, per risolvere il gioco bisogna riuscire ad interpretare l’esistenza del suo creatore, analizzandola con la compulsiva ossessione per i particolari che solo i veri nerd possono vantare.

Tra virtuale e reale

La correlazione tra mondo reale e mondo virtuale è quindi vitale all’interno della pellicola: Halliday costringe i giocatori a visionare i suoi ricordi di vita vera non per megalomania (va bè, magari un pochino sì) ma per insegnare loro a non ripetere i suoi stessi errori, a essere persone migliori di lui. Oasis diventa così il testamento del suo creatore, una sorta di manuale destinato alle persone brillanti ed un po’ naïf, un manuale su cosa fare e cosa no per condurre un’esistenza migliore della sua.

Ve lo confesso: questa è una delle parti che ho più apprezzato. Il lungometraggio di Spielberg infatti ci aiuta a comprendere come sia possibile imparare qualcosa in un modo virtuale che sia poi in grado di avere delle ripercussioni sulla vita reale.

Ready Player One ci esorta quindi a non fare gli otaku, o almeno a farlo con moderazione. Non il martedì e il giovedì.

Il film è sì una dichiarazione d’amore per il mondo nerd, ma anche un’esortazione ad entrarci perché ti piace, non per scappare dal mondo reale. L’universo nerd non deve essere una via di fuga da una vita che non vuoi vivere, bensì qualcosa da cui trarre insegnamenti, qualcosa che ti faccia apprezzare di più la vita vera. Insomma, il messaggio di Ready Player One è “Esci, non stare tutto il giorno a videogiocare sul divano. Live a little”, che è esattamente lo stesso pensiero alla base di Pokemon Go.

Anche Hideaki Anno ha voluto imprimere lo stesso messaggio di deotakuizzazione in Neon Genesis Evangelion ma, mentre lui ci è riuscito facendo venire gli incubi e la depressione ad un’intera generazione, Spielberg lo fa alla Spielberg. Con la sua solita positività e il lieto fine, perché la vita è già dura così com’è, tutti quanti abbiamo diritto ad un lieto fine, almeno al cinema.

Ready Player One è un’apologia del giocare per giocare e non per vincere. Adesso me la tirerò con una sparata da intellettuale: un po’ come Oscar Wilde che nell’incipit del suo Ritratto di Dorian Gray parla dell’art for the art’s sake, l’arte che ha come fine l’arte stessa, non il denaro o la fama, nel film per trovare l’ultima chiave si deve giocare per il piacere di farlo, avendo solo quello e non la vittoria come scopo finale.

E sì, i cattivi sono stupidi, ma Spielberg ama raccontarci la banalità del male, e sì, i personaggi sembrano stereotipati, ma sono più altro allegorici. Alla fine Ready Player One intrattiene ed esalta e riesce a racchiudere tutto il suo messaggio nel ritornello di una canzone.

Giulia Cosmopolinerd
Nerd figlia di nerd, è cresciuta indecisa se diventare Trinity, Lara Croft o Xena, principessa guerriera. Alla fine ha optato per il british way of life: mentre guarda film/serie tv/cartoni animati e legge libri/fumetti/manga non rinuncia a una calda tazza di Earl Grey e a canticchiare a mezza voce "God Save the Queen".